Come Essere Felici anche nei Momenti Difficili – Capitolo 1

1.2 la Compassione, fraintendimenti, esempi ed esercizi:

     Cosa vi viene in mente quando leggete o sentite pronunciare questa parola? Per ognuno di noi essa ha un valore diverso e richiama alla nostra mente una serie di associazioni che variano da persona a persona e che sono più o meno in accordo con la visione predominante della cultura nella quale siamo nati e viviamo. In genere, per un occidentale essere compassionevole significa avere pietà per i più deboli e per i poveri e questa visione fa venire in mente tutta una serie di esempi di questo tipo di magnanimità come Maria Teresa di Calcutta o altre grandi persone che hanno imperniato le loro vite sullo sforzo costante di soccorrere i bisognosi. In questo caso, si penserà probabilmente che una virtù di questo tipo è abbastanza fuori dalla nostra portata dal momento che questi personaggi sono ritenuti fuori dal comune e dotati di capacità morali molto maggiori rispetto alla maggioranza di noi. Per questo motivo si tende a pensare che per quanto virtuoso e oggettivamente positivo possa essere il loro esempio, lo sforzo di assomigliare a quelle persone risulterebbe infruttuoso e frustrante. Inoltre, questo tipo di visione è anche legata all’idea che ci sia qualcuno che soccorre e qualcuno che è soccorso, un soggetto attivo e un soggetto passivo. In altre parole che la persona che presta aiuto è in una situazione migliore e più “alta” rispetto alla persona che riceve questo aiuto, altrimenti non avrebbe bisogno di essere aiutata. Se il primo elemento ci rende l’idea di esercitare la compassione verso gli altri piuttosto irraggiungibile, il secondo ci dà la sensazione che fare un atto compassionevole o caritatevole ci ponga un gradino sopra l’altro; se non direttamente a livello morale almeno a livello materiale. Questa maniera di osservare la realtà divide nettamente colui che aiuta da colui che è aiutato e separa nettamente coloro che sono in grado di questo tipo di azioni e coloro che non lo sono. Questa separazione ad un’analisi più attenta, non solo ci porta a sminuire le nostre capacità umane confrontandole con quelle di quelle grandi persone, ma ci consente anche di crearci un “alibi perfetto” per non metterci in gioco e tentare di migliorarci da questo punto di vista. La conseguenza di ciò è che soltanto alcuni individui, basandosi su un punto di osservazione diverso della questione, decidono di oltrepassare questo limite invisibile auto-imposto dalla maggioranza e riescono in tal modo a sviluppare capacità che i più definiscono fuori dal comune. Un’altra caratteristica di questo particolare modo di considerare la questione è che si tende a pensare a delle categorie molto ristrette di persone verso le quali esercitare compassione. Dal momento che questa capacità è sentita come molto elevata, non tutti hanno bisogno di esserne l’oggetto ma solo una ristretta cerchia di derelitti. Ragionando in questo modo si dimentica il senso originario del termine, che viene dal latino cum patior condividere e provare empatia per l’altrui dolore e desiderio di alleviarlo, e ci si allontana dalla possibilità di farlo entrare a far parte della nostra vita quotidiana rendendolo così più terreno. Anche se nell’uso comune compassione è considerata e percepita come un sinonimo di pietà, le due parole hanno un’origine diversa e ognuna di essa rinvia a due concezioni distinte e non perfettamente sovrapponibili della questione. Infatti, pietà viene dal latino pietas che in origine stava ad indicare la devozione religiosa così come il sentimento patriottico. In seguito, a questo significato si è sovrapposto quello di misericordia che è basato sull’idea cristiana del Dio misericordioso. Come ben si vede osservando l’origine dei due termini, il primo non contiene in sé alcuna dicotomia tra elevato e mondano mentre il secondo si in quanto è Dio come essere supremo la fonte di questa qualità semi-divina. Quindi, se avere compassione per qualcuno implica possedere un elevato livello di sensibilità alle sofferenze altrui e provare il desiderio di alleviarle, avere pietà significa cercare di salvare qualcuno dalla sua misera condizione (in genere  si intende una condizione materiale). Sebbene i due significati siano sicuramente prossimi, essi non possono sempre essere utilizzati come l’equivalente l’uno dell’altro.È proprio lo sviluppo della compassione, e non della pietà, che è più pienamente alla portata umana perché rinvia ad un tipo di pensiero che pone colui che aiuta e colui che è aiutato sullo stesso piano. Questo modo di vedere appartiene alla cultura orientale che per alcuni versi è distante da noi ma che può fornirci delle chiavi di lettura alternative per comprendere il mondo in modo alternativo. Da essere umano a essere umano, riconoscendo l’essenziale somiglianza che esiste tra di noi, si può mettere in pratica il principio della compassione verso il vicino di casa piuttosto che nei confronti di amici o sconosciuti.

  • La compassione è diversa dalla pietà ed è l’unica che sia autenticamente alla portata umana.

 

Alcuni di voi si staranno chiedendo a questo punto: “perché esercitarmi alla compassione dovrebbe migliorare la mia vita?” Molteplici sono le risposte a questa domanda e nel corso di questo volume ne saranno date molte. Intanto diamone due: perché esercitare l’empatia che proviamo per le sorti degli altri migliora le relazioni che intratteniamo con le persone che ci circondano; e perché se stiamo attraversando anche noi un momento di difficoltà il fatto di fornire aiuto ad un’altra persona ci consente di non soffermarci troppo sulla nostra situazione e anche di poter trovare risposte ai nostri guai senza occuparcene direttamente. A questo punto però bisogna specificare che la compassione dovrebbe estendersi a tutti, noi compresi, il che significa che gli esercizi di cui parleremo in seguito non hanno come scopo di farci dimenticare di noi stessi a favore degli altri ma bensì quello di arricchire la nostra vita grazie a quello che facciamo per loro. Come vedremo nel capitolo dedicato al concetto di entanglement infatti, la fisica quantistica ha scoperto e dimostrato che particelle infinitamente piccole sono in grado di influenzarsi l’un l’altra senza comunicare e pur trovandosi ai due lati opposti del globo. Le implicazioni di queste scoperte sono numerose e spingono a riconsiderare l’impressione che gli esseri viventi siano divisi tra di loro e che l’influenza dell’uno sugli altri sia limitata. Se infatti le nostre particelle riescono ad influenzare l’una il comportamento dell’altra pur essendo a distanza e senza “comunicare” questo implica, per estensione, che ciò che contribuisce al benessere degli altri può contribuire anche al nostro e viceversa. Anche se questo entra in contraddizione con molte delle concezioni generalmente accettate, infatti in genere vige la legge del “morte tua vita mia”, in realtà sembrerebbe proprio che danneggiare l’altro in una certa misura danneggi anche noi seppur spesso in modo invisibile sul momento. La compassione è quindi un modo sano e positivo di pensare al proprio benessere oltre che a quello della/delle persone che aiutiamo. Inoltre, come vedremo con gli esercizi che vi proporrò, essa si può alimentare poco a poco e con azioni pratiche quotidiane. Queste esercitazioni non sono volte a esercitare un’influenza invasiva nei confronti degli altri oppure a sostituirsi a chicchessia, bensì ad amplificare le proprie capacità empatiche.

  • Dovremmo essere capaci di provare compassione sia per noi stessi che per gli altri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fornire incoraggiamento e sostegno:

La compassione ha poi per compagne due fedeli alleate: l’incoraggiamento e il sostegno. Dare coraggio a qualcuno che sta attraversando difficoltà, sia materiali che affettive, può sembrare un atto semplice ma in realtà richiede la volontà di trovare in sé stessi la speranza e le capacità necessarie per “prestarle” alla persona che vogliamo aiutare. Il sostegno che possiamo dare varia da situazione a situazione e da persona a persona ma esso consiste innanzi tutto nel desiderio sincero della felicità dell’altro. Questi due alleati della compassione le consentono di essere efficace nel migliorare la situazione di una persona e al tempo stesso anche la nostra. Infatti, penso che a chiunque di noi sia capitato di provare grande gioia quando siamo riusciti ad aiutare una persona cara a tirarsi fuori da una situazione difficile. Quel senso di soddisfazione nutre la nostra vita e alimenta la nostra capacità di affrontare le sfide quotidiane e proprio per questo rappresenta il primo dei sette elementi qui trattati. Se è abbastanza comune riuscire a provare una simile sensazione nella sfera dei nostri affetti più intimi, è più complesso riuscire a sperimentare qualcosa del genere con persone a noi indifferenti se non addirittura con coloro che noi consideriamo come nostri nemici. Se si tratta di persone che non hanno importanza nella nostra vita, il più delle volte è l’indifferenza a prevalere, mentre nel caso di un nemico potremmo persino provare gioia per la sua difficoltà. Sebbene una reazione di questo tipo ci sembri appagante sul momento, si tratta di una risposta che non fa che danneggiare noi in prima persona. Questo è probabilmente uno degli ostacoli più grandi se ci si vuole esercitare alla compassione perché riuscire a capire che gioire del male del nostro peggior nemico non ci favorisce affatto richiede molto esercizio e la volontà di guardare le cose in profondità invece di fermarci all’immediato e al superficiale. Lo scopo ultimo dovrebbe essere per noi quello di migliorarci costantemente partendo dalle nostre capacità di oggi e cercando di migliorarle poco a poco. Ognuno ha un punto di partenza diverso e una rapidità di miglioramento che può variare anche di molto. Confrontarci può essere utile solo se questo ci spinge a fare meglio, non se invece non fa altro che scoraggiarci e frustrarci. Un percorso come quello che si propone in questo volume si può prestare bene anche ad essere sperimentato da due o più persone che, animate dal desiderio di creare una possibilità costruttiva di confronto, vogliono “vedere l’effetto che fa”.

N.B: È importante affrontare il desiderio di migliorarci con un po’ di sana leggerezza e spirito infantile altrimenti queste esercitazioni potrebbero risultarvi pesanti e perderebbero, di conseguenza, ogni tipo di efficacia.

  • Aiutare un’altra persona equivale a migliorare la nostra stessa condizione.

Esercizio 1: riflessione di base:

Cominciamo con il pensare a noi da bambini, soffermandoci su tutte le qualità che avevamo, sulla nostra grande energia e gioia e sulla curiosità che possedevamo. Facendo questo è importante cercare di non soffermarci su ricordi di avvenimenti ma sulle nostre caratteristiche. Una volta richiamate distintamente alla memoria come eravam pensiamo che quello è il nucleo del nostro io profondo e soffermiamoci a lodarlo e apprezzarlo. Sebbene ognuno abbia caratteristiche diverse, noi tutti siamo dotati di qualità così come di difetti. Ponendo l’accento su ciò che di buono esiste in noi, non facciamo che rinforzare la nostra positività e facendo questo riusciremo poco a poco a trasformare anche i nostri lati negativi in alleati.

Soffermiamoci ora sui nostri difetti e su tutto ciò che consideravamo, o era considerato dagli adulti, negativo nel nostro modo di fare e di essere e sforziamoci di pensare a quel bambino con benevolenza. Una volta stabilito questo sentimento sforziamoci, se ci risulta difficile farlo, di provare empatia verso di lui e di aiutarlo a correggere le sue piccole imperfezioni.

Estendiamo ora quanto abbiamo fatto per noi ai nostri amici, ai nostri conoscenti e infine anche a colo che consideriamo come nostri nemici. Non dimentichiamo che noi tutti abbiamo avuto un’infanzia e che da bambini molte delle nostre cattive abitudini erano a malapena accennate mentre le nostre capacità e qualità erano molto visibili. Questo è vero per tutti, amici e “nemici”. Se riusciamo a provare compassione per il bambino che ognuno ancora possiede in sé, anche quando si comporta male, abbiamo fatto un passo avanti. Riuscire a vedere le persone che ci creano problemi come bambini smorzerà in un primo tempo la rabbia che proviamo nei loro confronti e in seguito, alimentando la compassione che proviamo, ci consentirà di agire in modo diverso nei loro confronti. Questa riflessione costituisce la base fondamentale per riuscire ad agire in modo diverso nel modo di relazionarci con le persone intorno a noi e può essere svolta quando si vuole. Sarebbe consigliabile trovare del tempo al mattino e/o la sera in quanto si tratta di momenti che determinano l’andamento delle nostre giornate. Ciascuno farà un proprio programma e lo gestirà come può e vuole; ciò che conta è divertirsi come uno scienziato che prova a far reagire due elementi chimici nuovi. All’inizio sarà senz’altro più semplice esercitarsi pensando a noi e magari ai nostri amici e forse avremo difficoltà nel farlo con i nemici ma poco a poco la nostra capacità di provare compassione si amplificherà e riusciremo a estendere l’esercizio anche ai nostri nemici. È importante procedere per gradi e con calma, verificando a che punto siamo anche utilizzando il secondo step.

  • Alleniamoci cercando di provare compassione per il bambino che ognuno di noi ha in sé.

Esercizio 2; sperimentazioni:

Una volta giunti a un certo grado di consapevolezza (solo voi potrete in tutta onesta stabilire a che punto siete) potrete cominciare a fare dei gesti che mettono alla prova le vostre capacità. Anche qui procediamo per gradi e senza fretta e facciamo una pausa qualora ci sembrasse di essere bloccati. Talvolta quello che a prima vista ci sembra un ostacolo insormontabile, si rivela essere un sassolino in un secondo momento.

La mattina quando ci svegliamo guardandoci allo specchio cominciamo con il farci un bel sorriso e sforziamoci di essere sinceri. Magari, se abbiamo un aspetto un po’ disordinato, facciamoci anche une bella risata purché non sia di scherno ma ironica. Se abbiamo qualche acciacco fisico o magari ci sentiamo un po’ giù di morale occupiamoci di noi stessi. Questo vuol dire prendere tempo per ascoltarci e capire di cosa avremmo bisogno in quel momento: se si tratta di una parola di conforto cerchiamo di trovarla come se un amico ci stesse chiedendo il nostro aiuto, se invece si tratta di un problema fisico facciamo quanto necessario per risolverlo (a seconda della gravità prenderemo un medicinale o andremo dal medico). Potrebbe sembrare superfluo dare consigli di questo genere ma in realtà molto più spesso di quanto crediamo ci dimentichiamo di noi stessi e dei nostri bisogni. Se non siamo capaci di ascoltarci e prenderci cura di noi in ogni aspetto non possiamo sperare di provare compassione per gli altri o di essere positivi nei loro confronti. Quando usciamo di casa predisponiamoci al sorriso e ad avere un atteggiamento aperto. Se sorridiamo solo se e quando ci accade qualcosa di piacevole limitiamo le nostre possibilità di essere positivi e tendiamo invece a chiuderci. Ancora una volta pensare al nostro bambino interiore ci aiuta molto a fare questo. I più piccoli non si pongono la domanda di cosa accadrà nella loro giornata ma sorridono a priori e senza apparente motivo. La loro unica ragione, e dovrebbe diventare anche la nostra, è il semplice fatto di essere vivi. Il sorriso a priori ci aiuta ad affrontare ciò che ci succede con gioia e, anche se a volte potrebbe risultare molto difficile se non impossibile, il fatto stesso di sforzarci in questo senso migliorerà la nostra risposta alle difficoltà quotidiane.

  • Sorridiamo a noi stessi appena svegli mentre ci guardiamo allo specchio, in questo modo potremo affrontare meglio ogni difficoltà della giornata.

Esercizio 2B, facciamo delle azioni concrete:

Nel corso della giornata chiediamoci se qualcuno dei nostri amici o conoscenti potrebbe avere bisogno del nostro sostegno. Anche una telefonata o un incontro veloce al bar possono bastare per allenare le nostre capacità di ascolto, comprensione e aiuto. Cerchiamo ogni giorno, sforzandoci di mantenere un sorriso sincero, di trovare una persona da rincuorare e incoraggiare. Più faremo questo esercizio, estendendolo magari anche a persone sconosciute come il barista che ci serve il caffè, più aumenterà il senso di appagamento che ne ricaveremo. Attenzione però a non diventare succubi di persone che potrebbero approfittarsi della nostra buona disposizione d’animo. Non dobbiamo scordarci di noi stessi a favore degli altri né viceversa. Alcune volte potrebbe risultare difficile capire cosa è più giusto fare ma con la pratica dell’ascolto di noi stessi e delle altre persone riusciremo a capire sempre meglio dov’è l’equilibrio della giusta via di mezzo. Quando riusciremo a estendere queste due esercitazioni anche a coloro che ci creano problemi, allora avremo fatto dei passi avanti importanti e il nostro senso di soddisfazione, benessere e gioia ne risulterà accresciuto. Nel prossimo capitolo vedremo come la gratitudine giochi anch’essa un ruolo importante nella nostra crescita personale e come questo concetto sia estremamente utile per comprendere le dinamiche che ci legano.

  • Troviamo il tempo, per poco che sia, di dare una mano a qualcuno e questo ci farà stare bene.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riepilogo del capitolo per punti:

  • I sei temi fondamentali che affronteremo sono: la compassione, la gratitudine, l’uguaglianza, l’apprezzamento e il rispetto della vita, l’entanglement e l’amore universale.

 

  • La compassione è diversa dalla pietà ed è l’unica che sia autenticamente alla portata umana.

 

 

  • Dovremmo essere capaci di provare compassione sia per noi stessi che per gli altri.

 

  • Aiutare un’altra persona equivale a migliorare la nostra stessa condizione.

 

 

  • Alleniamoci cercando di provare compassione per il bambino che ognuno di noi ha in sé.

 

  • Sorridiamo a noi stessi appena svegli mentre ci guardiamo allo specchio, in questo modo potremo affrontare meglio ogni difficoltà della giornata.

 

 

  • Troviamo il tempo, per poco che sia, di dare una mano a qualcuno e questo ci farà stare bene.
0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *